Diario di un sovraccarico crescente
Quarantena emotiva - prima parte

Ed è abbracciando forzatamente le note di un’inutile canzone naif che mi trascino a piccoli passi verso la metropolitana, fra un paio di accordi stridenti e una specie di mandolino che mi fa rincagnare la faccia. Ma cos’è sta roba? Come ci è finita nel mio iPod? Ah, si.. quella volta che volevo provare roba nuova perché “devo accrescere assolutamente il mio bagaglio musicale così monotono, capito?”.

L’acqua scrosciante è quasi la benvenuta a completare questo disagio, quadretto di una giornata che sta morendo, agonizzante. Uscire da lavoro quando c’è buio d’inverno ti regala la noia di aver perso la luce ma pure la percezione di un momento magico, ancora tutto da scoprire.. che per il 99,9% delle volte, ahimè, muore assieme alla giornata di cui sopra. L’ottimismo è proprio la parola chiave di oggi. Quando mi sento i nervi a fior di pelle, tesi e gonfi, pronti a sferrare un altro pugno nell’aria..

Non ne sento il rumore ma percepisco la pietra focaia sfregare con una sorta di eco nel silenzio tra una canzone e l’altra, la fiamma in cerca della carta da ardere. Non sarebbe proprio il caso di farsi del male durante questi 250 metri che mi separano dalla fermata ma non ho voglia di aspettare ancora.

Evito le pozzanghere come la bimba della Barilla con l’impermeabile giallo, stivali in tinta ed ombrellino, ma non c’è nessun gattino sotto il bavero, da proteggere, solo un fottutissimo freddo cane. Gli ultimi tre tiri veloci e vicini prima di buttarla e non rallentare, per mantenere il ritmo creato dalla musica, il tutto comprensivo di scalini fatti a tempo, a due a due, rischiando il tutto per tutto..  anche di spaccarsi l’osso sacro facendo acquaplaning giù fino in fondo. Il rischio è il mio mestiere, eheh..

Che bello scrollare l’ombrello lavando pavimento e caviglie degli altri. Mi preparo con l’abbonamento nell’altra mano e faccio a gara con la tizia che cammina qualche passo avanti a me. La supero prima del tornello e mi fiondo giù per le scale mobili velocizzando la discesa comunque. Eccola che arriva, speriamo sia la mia. Mi sento già meglio e il cervello comincia a cacare pensieri profondi. Guarda quella, ma come cazzo si è conciata? E quello? E quell’altro? Sto vecchio che spinge ora lo spiattello contro la porta. Che cazzo ti guardi? Salgo prima io, maleducato. Le porte sbattono.

In bilico.. con il peso delle gambe alternato, un piede un po’ in avanti e uno leggermente dietro, mi sento un surfista in pensione con l’agilità di una nutria ferita. Vediamo di cambiare sta musica mentre guardo se qualcuno mi ha cercato in questi lunghissimi 5 minuti che non guardo il telefono. Non c’è campo, strano, qui prende sempre. Ma almeno ho trovato una canzone che mi va di ascoltare.

Il senso di colpa mi attanaglia appena vedo il vecchio che tenta di non farsi sballottare di qua e di la, così  inizio a guardare male il bamboccio seduto davanti a me che non alza lo sguardo dal cellulare nemmeno per sbaglio. Un colpo di tosse potente e un cenno con la testa verso il vecchio e il bamboccio ci fa la cortesia di placare le pene del nonno col mal di mare. Ora che lo guardo bene sembra il bisnonno di capitan Findus, per rendere l’idea dello stato di avanzamento della sua decadenza. Mi sorride, anche lui si sta scusando per la spinta di prima, abbiamo fatto pace. Tutti felici e contenti, però adesso lasciatemi stare, che mi da fastidio se mi fissate.

La metro sfreccia come se il conducente fosse in ritardo per la cena, con la moglie al telefono che gli urla di darsi una maledetta mossa “che si fredda!”. E’ uno di quei vagoni lunghissimi che vedi tutto fino in fondo e come un serpente ondeggia a destra e a sinistra, in un gioco di simmetrie con la gente che slitta aleggiando da una sponda all’altra dello sguardo. Tutti questi corpi immobili e silenziosi alternati da figuri che agitano le loro protuberanze inguantate intenti in qualche conversazione telefonica accesa in chissà quale strana lingua.

Una frenata di quelle che ti fanno incazzare rovina il momento culminante del mio personale ritornello. La gente borbotta ma si rimette subito in posizione, aspettando la propria fermata. Succede qualcosa proprio in quel momento. La metro è lasciata a se stessa come senza interferenze, ne veloce ne lenta, negli ultimi attimi fino quasi ad esaurire ogni sorta di movimento, niente più fretta.. un moto continuo e discendente. Rallenta, rallenta.. ed infine si ferma nel tunnel.

Un caffè e basta

Passi ore a cercare di immaginare come sarà. Immagini tutto. I vestiti, la luce, gli odori.
I rumori delle vite che non ascolterai, perchè le persone saranno solo una cornice di suoni che renderanno ancora più importanti i silenzi e gli sguardi. 
Prosegui assente e col sorriso appena accennato. La tua mente è troppo occupata a immaginare, per pensare a come ti sei seduta o all’espressione che hai.
Il controllo del tuo corpo passa in secondo piano quando la testa è ricolma. Poi, d’un tratto, realizzi e ti ridai un contegno. Rientri nella sfera sociale e di nuovo, pian piano, torni al futuro. In un saliscendi infinito della soglia di attenzione.
[…] Osservandolo vedevo il dolce oblio.. come se, ad un tratto, i suoi occhi dovessero aprirsi per mostrare qualcosa di inaspettato. Ma più cercavo quel momento, più i suoi occhi si facevano specchio. Un’immagine sbiadita della sua anima.. lontana ed estranea.
[…] In un attimo dimentichi quello che avevi pensato e quello che è successo davvero.. e ricominci pensando a quello che succederà. Di nuovo. Non c’è fine all’illusione, finchè non ti scontri brutalmente con la realtà.

E se controlli bene, alla fine, solo la conclusione. Non c’era niente, assolutamente niente di insostenibile. Soltanto non era più. Il cerchio che si chiude, come un lungo taglio nel vetro che si congiunge.

Il cerchio cade e si frantuma, ma resta uno spazio e non un vuoto. Un passaggio per l’aria e per la luce. Una fresca ventata ti travolge e ti solleva dalla nebbia in cui eri assopita. Magari fuori piove, ma prima non sapevi nemmeno cosa fosse l’acqua.

Uno spazio si svuota e un’altro si riempie. E capisci in fretta quanto il contenuto sia importante ma mai quanto il contenitore. Lascia sempre uno spazio per te stesso, metti una tacca invisibile oltre la quale la via diventa un sentiero non battuto, rischioso, che non sai mai dove porta e per quanto a lungo.

Oltre la calma, quando tutto si fa silenzioso e l’acqua si arrotonda, c’è l’orlo del bicchiere. Il confine. Poi una cascata e tutto si asciuga, per non lasciare niente.

Ed io? Io credo ancora nel paradiso, ma almeno ora so che non è un posto da cercare fuori perchè non è dove vai, lo trovi dentro, quando senti nella tua vita di far parte di qualcosa. E se lo trovi quel momento dura per sempre
The Beach
Addio tristezza..

Ancora non so come sia potuto succedere. Succedere, accadere, subire. Senza che me ne accorgessi, senza che nemmeno una singola parte di me si ribellasse se non a se stessa.

Stare li fermi, a vedere la propria vita sopravvivere. Guardandola da un vetro sporco, con la coda dell’occhio e una mano aperta davanti. Le iridi fisse nel vuoto e ogni azione con il pilota automatico, dormiente, inerme e insensibile ad ogni ustione, graffio, botta e laceramento interiore. Solo a pensarci ora mi vedo sfoderare una spada solida e scintillante di vendetta, vergogna, pudore e rabbia, pronta a fare la sua mossa. Pronta ad infilzare ogni sorta di male che osi avvicinarsi a me.

Ma prima, perché.. cosa stavo facendo? Cosa mi aspettavo da quel comportamento inutile che comportamento non è, perché tale parola è abbinata ad una qualche sorta di azione, movimento, decisione.. che non c’è stata mai. Forse latitava in me, girovagava e mulinava attorno alle preoccupazioni. Forse sono state quelle a nascondere come un grande scampolo di velluto nero le questioni importanti, quelle che contano. Le questioni da cui non si può prescindere. Non so se mai riuscirò a comprendermi fino in fondo. Forse è stata una mancanza di fiducia, in me stessa. Il pensare di non essere in grado di meritare di meglio o semplicemente di meritare qualcosa. Una specie di auto punizione per non si sa quale atto indegno. Forse è stata la mancanza di coscienza o di maturità, di intelligenza o di razionalità.. non lo so.

Conosco solamente il fatto che ora mi sembra di essere altro da me, difforme, diseguale, inuguale, distante. Come la canzone che ho sentito prima. Che parla di un bruco che è confuso, non capisce.. poi quando diventa farfalla capisce il suo senso della vita. Si accende una scintilla in lui, segue la luce invece di chiudere gli occhi per l’ennesima volta. E in quel momento capisce che nessuno potrà tarpargli le ali tanto che ne avrà un paio ora. Le userà per fuggire dal fango e dai pericoli della terra, per innalzarsi ad una realtà più pura, leggiadra e adrenalinica quale il volo. Volare, rischiare.. prendere una decisione mentre vai a tutta velocità, perché in questo modo non hai il tempo di rimuginare, di riflettere troppo e ristagnare. Destra o sinistra, sopra o sotto, giusto o sbagliato. A furia di rallentare perdi l’orientamento e la sicurezza, dimentichi la meta e ti fermi definitivamente. Bloccata, immobile. Senza sapere più dov’è il Nord. Andare veloce, volare e staccarsi dalle sabbie mobili della quotidianità. Cercare non solo intorno ma anche sopra e sotto, in obliquo, a testa in giù.. avere diversi punti di vista ogni volta. Voltarsi, ma solo per controllare di non aver lasciato indietro quel che ti serve.

Tanto chiari i miei pensieri ora, quando opachi e nebbiosi lo erano prima. Quando scrivevo “tristezza e malinconia, compagne di vita”, quando verde d’invidia detestavo e giudicavo tutto e tutti, non capendo che la prima a dover cambiare ero proprio io. Capovolgermi e scrollarmi, facendo cadere ogni sorta di zavorra che mi portavo appresso.

Questo fiume di parole che ora scorre incessante, prima erano solo lucciole di pensieri che morivano per il troppo smog intorno. Non riuscivano a sopravvivere alla notte. Nascevano e morivano, attaccate dalla cruda realtà che mi circondava, che io stessa avevo contribuito a creare. Mattone dopo mattone e mattino dopo mattino, mi sono costruita un sarcofago buio e umido, dove soffrire in pace. Forse c’è una spiegazione chiara che io non colgo.

Forse mi sono appena svegliata dal lungo letargo dell’adolescenza.. molto tardi, e ora tutt’a un tratto la luce come un rampicante ha attecchito su tutto il nero che avevo dentro e l’ha definitivamente sconfitto. Non lo saprò mai.. oppure si, magari questa è solo la prima fase della mia rinascita, forse fra altro tempo sarò perfettamente in grado di capirmi e gestirmi. Ma, per ora, non sono altro che una supernova pronta ad esplodere. Una nana bianca, una galassia compressa in una massa di energia potentissima che sta prendendo la rincorsa.

Una cosa che non pensavo possibile poco tempo fa è riscoprire l’amore. Quella sensazione di instabilità goduta. Quel torpore interno che ti scioglie dal di dentro e che ti fa piangere di felicità. Le lacrime non sono più veleno che stilla dal male, ma acqua di fonte limpida, che risuona mentre alliscia la pelle. E allora mi chiedo perché? Bastava magari aspettare, oppure tutto questo non sarebbe mai successo se non come conseguenza del passato? Se fosse così, tutto questo dolore almeno avrebbe un motivo di esistere, di essere sopportato e di risiedere ancora in fondo alla parte più nascosta di me. Se tutto quello che sto vivendo ora è solo un mero effetto di quello che c’è stato prima, allora forse è vero che non tutto il male viene solamente per nuocere.

Forse la lesione e il compromesso fanno parte della crescita. Forse prima di capire cos’è il male devi viverlo, devi esserne colpito a morte. Fino quasi a desiderare di essere altro da te. Una pianta, un sasso. Qualcosa che soffra meno. Che muoia prima o che non sia mai nato. 

Ho un sovraccarico crescente..

E’ un’idea.. buttar giù variazioni su carta straccia, messaggi in bottiglia, postulati dell’anima e altre cagate che di solito si scrivono su un diario. L’unica differenza è che qui hanno un contorno, una cornice. Puoi anche sceglierle il colore. Scegli il carattere della tua scrittura, con o senza grazie. Niente più corsivo o stampatello, scarabocchi, asterischi e zampe di gallina. Metti una foto che dovrebbe rappresentarti e inizi a vomitare gli strascichi del tuo io. La gente li legge e capisce quanti problemi hai, se sei tendenzialmente psicotico e pazzo o semplicemente non hai nulla da dire e passa ad altro.

E’ un passo importante perchè pensi che la tua spazzatura sia pronta per essere stampata sullo schermo di un computer che non sia il tuo. Finalmente esce dalla cartella rinominata col tuo nome proprio e inizia a correre a caso nella rete, senza freni ne controllo. Sarà divertente, credo.. d’altronde in qualche modo devo esorcizzare questo sovraccarico crescente di pensieri che non vogliono stare solo in testa, vogliono trovare un posto dove vivere, riorganizzarsi e servire a qualcosa.

Buona lettura. Se mai ci sarà qualcuno dall’altra parte..